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LE CAREZZE: IL NOSTRO VERO NUTRIMENTO

Articolo di Claudia Pelizzoli

 

Il neonato nasce con le “braccia tese”, segno di una“propensione innata a cercare la vicinanza protettiva” (Bowlby, 1969) verso una figura affettuosa e gratificante.

Quanti di noi, durante la propria infanzia, non hanno cercato in mamma e papà protezione e sostegno dai pericoli reali o immaginati?

Eric Berne, psichiatra fondatore dell’Analisi Transazionale, comprese che il primo comportamento motivato del bambino, è proprio cercare la vicinanza verso una figura che riconosca e accolga i suoi bisogni.

L’unità fondamentale di tale riconoscimento viene definita “carezza”.  

Nel linguaggio comune con il termine “carezza” si indica generalmente un intimo contatto fisico; secondo la terapia analitico-transazionale, tuttavia, con la parola “carezza” si indica ogni atto che implichi il riconoscimento della presenza e del valore di un’altra persona (Berne, 1964).

Carezza è quindi qualsiasi gesto, parola, comportamento, che dimostra che gli altri si accorgono di noi.  

Le carezze non sono tutte uguali; esse si distinguono in positive e negative, condizionate e incondizionate, verbali e non verbali. In particolare le carezze positive sono fonte di riconoscimento piacevole, gratificante e desiderato, quelle negative vengono esperite come spiacevoli e dolorose. Non esistono carezze “buone” o “cattive”.

Tutte le tipologie di carezza sono importanti per la crescita e lo sviluppo del bambino, ciò che conta è quando, quanto e come vengono dispensate.

Purtroppo, però, quasi sempre i genitori tendono ad infondere, sulla base dei propri principi personali, solo alcuni tipi di carezze, trascurandone altre. Ci sono genitori, ad esempio, che danno solo carezze positive; altri invece, che eccedono in quelle negative. In ogni caso il risultato è un condizionamento pesante della capacità futura dei figli di dare e chiedere amore .

C. Steinert, psichiatra ed analista transazionale, a tal proposito, ha elaborato una serie di proposizioni che indicano le limitazioni più diffuse nel dare e ricevere carezze e le ha definite “leggi dell’economia delle carezze” (Steinert, 1997): “Non dare le carezze che vuoi”, “Non accettare le carezze che desideri”, “Non chiedere le carezze che vuoi”, “Non accarezzare te stesso”, “Non dare carezze negative”.

Le persone difficilmente sottostanno totalmente a tutte queste restrizioni, ma quasi sempre ne agiscono qualcuna, come risultato delle esperienze avute nell’infanzia. L’effetto primario è vivere buona parte della propria esistenza in uno stato di parziale ed immotivata deprivazione.

Ci si ritrova, per esempio, a non apprezzare le proprie qualità e meriti perché mamma e papà ci hanno insegnato che chi si loda s’imbroda (Non accarezzare te stesso), o a non apprezzare i complimenti che ci vengono dispensati anche quando sono motivati e ci farebbero stare bene, perché ci è stato detto che non si può (Non accettare le carezze che desideri). Tutto ciò rende, da adulti, meno fiduciosi in se stessi e negli altri.

Per ritrovare un modo più genuino di stare in relazione con se stessi e con chi ci circonda, è importante dunque “sgretolare” queste regole interne che ci sono state imposte da piccoli, ricominciando e a scambiarsi carezze in modo sincero, autentico e costruttivo.

Si tratta naturalmente di un percorso non facile, poiché implica l’andare contro comportamenti apparentemente automatizzati dall’infanzia. Tuttavia le potenzialità di cambiamento dell’essere umano sono portentose.

Lo vedo nell' esperienza clinica, con i miei pazienti, ma soprattutto nella mia vita quotidiana, ogni giorno.

 

Dott.ssa Pelizzoli Claudia, Psicologa Clinica

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